Giuseppe Barzaghi- La Disciplina e la Fede

L’idea di disciplina, dentro un quadro di vita religiosa, soprattutto nella fede cristiana, non è immediatamente associabile alla regola. L’idea di disciplina è legata al Discepolato.

Discepolato vuol dire che c’è un discepolo e c’è un maestro. E questo discepolato non necessariamente dice una subordinazione e un’inclinazione di soggezione. Bisogna guardare bene le parole, secondo la loro etimologia. Dentro la parola Disciplina c’è appunto la parola discepolo, discipulus in latino, e la cosa più interessante è che dentro questa parola c’è una radice straordinaria, la radice dic. La radice dic è una di quelle radici che contemplano in sé l’idea di luminosità.

Per fare un esempio, quando noi distinguiamo il dì e la notte, indichiamo con la parte del giorno luminosa, e con notte la parte del giorno oscura.

E quel rientra evocativamente nella radice dic, da cui discipulus, disco e anche il greco didasco, che però significa insegnamento, non apprendimento. Disco vuol dire apprendere in latino, didasco in greco vuol dire insegnare, istruire, formare.

Un altro modo per significare l’importanza di questa radice si trova in dire, indicare e poi vedervi l’aggancio con il Divino. Divino in sanscrito Div-Devàs è dalla stessa radice.

Il latino Divus, da cui Dius, Deus, si lega al sanscrito Div-Devàs, che vuol dire il Luminoso.

Tutto ciò che ha a che fare con il manifestare, il vedere, l’indicare è nascosto dentro questa espressione Disciplina, Discepolo. E dunque la Disciplina, prima di essere un complesso di regole, è un tentativo, un desiderio di chiarificazione che in qualche modo aspira ad una chiarezza e che ha un percorso. Per questo il discepolo si affida al maestro, come contemporaneamente il maestro ha nella propria responsabilità la chiarificazione dell’anima del discepolo. Tutto questo implica proprio l’idea di Fede, cioè di affidamento.

La Fede non va intesa come uno sforzo per raggiungere o conquistare qualche cosa. La Fede è qualcosa che appartiene all’ordine del fascino e il fascino è qualche cosa che si avverte. Forse serve una ripulitura dell’anima perché questo fascino sia sempre più intensamente avvertito e il rapporto che c’è tra il discepolo e il maestro è un rapporto di grande importanza perché non dice immediatamente una subordinazione.

Anzi a questo proposito bisognerebbe ricordare il grande Aristotele, il quale diceva: “Uno è perfetto quando riesce a fare un altro simile a sé.” Se applichiamo questa idea del perfezionamento altrui, come manifestazione consapevole della propria perfezione, al rapporto maestro/discepolo, se colui che si dice perfetto è tale perché riesce a fare un altro simile a sé, allora si potrà dire che il maestro è maestro quando riesce a fare del discepolo un altro maestro. Maestro è Maestro quando riesce a fare del discepolo un altro se stesso, cioè un altro maestro e quindi finché non lo ha fatto, lui non si accorge di essere maestro. Diventa maestro quando ha fatto un altro simile a sé.

Questo concetto elimina l’idea di subordinazione, cioè quel senso di quasi schiavitù.

Si potrebbe esplicitare questa idea con degli esempi tecnici, anzi sarebbe maggiormente indicato chiamarli con un termine più nobile: esempi teoretici. Theorein in greco vuol dire vedere, ed è sempre associato all’idea di andare a chiarificare qualcosa, vedere luminosamente.

Se prendiamo in rapporto discepolo/maestro come il rapporto che si dà tra i numeri, tra il dieci e un numero inferiore come il due, è ovvio pensare che il due non è il dieci. Il dieci supera il due di otto unità. Però questo superare di otto unità il due da parte del dieci non significa che il dieci possa avere in spregio l’inferiore che è il due, perché tutti sanno che se tolgo il due al dieci, il dieci non è più dieci. Per cui, se il discepolo sta dalla parte del due e il maestro sta dalla parte del dieci, e il dieci contiene il due, avremmo che il maestro (magis stat) contiene il discepolo e di conseguenza come il dieci non può deprezzare il due altrimenti deprezzerebbe se stesso, così anche il maestro non può deprezzare il discepolo. Deve apprezzarlo perché lo porta in qualche modo in sé.

E’ come se il maestro vedesse una certa omogeneità tra se stesso e chi gli è affidato come discepolo. Contemporaneamente, anche il discepolo deve avere una certa arguzia, una certa intuitività nello scorgere il maestro, tanto quanto, se avesse consapevolezza di sé, il due dovrebbe riconoscersi nel dieci. Perché il due è impossibile che si riconosca come equivalente al dieci, visto che gli mancano otto unità per essere il dieci. Però, se si va in radice, la cosa va pensata così: quando dico due, perché il due possa avere un senso, devo stabilire una base. Se dico due più due uguale a quattro è vero se siamo in base decimale, ma se cambiamo la base due più due non fa quattro. Prendiamo la base binaria dove l’intero è due: due più due non fa più quattro ma l’equivalente di quello che in base decimale sarebbe venti. Quindi quando diciamo un numero dobbiamo anche esplicitare la base che sorregge il senso di questo numero. Dunque è vero che il due rispetto al dieci è mancante di otto unità, però il suo significato è tale da portare iscritto in sé la medesima base del dieci, cioè la base decimale. Se il dieci è il maestro, in qualche modo anche nel due c’è un certo dieci e nel discepolo c’è un certo magistero, una certa maestria, quella appunto che il maestro ha il compito di portare didascalicamente all’emergenza. Per questo il rapporto è educativo.

Il rapporto discepolo/maestro è un rapporto di fede, non soltanto nella fede usuale per cui tra il discepolo e il maestro c’è affidamento scontato, ma soprattutto nell’affidamento che è la fede divina. L’unico maestro è il Cristo e quindi occorre affidarsi fiduciosamente a questa persuasione divina che viene dalla maestria di Cristo. E il compimento di questo tragitto è un compimento che non va verso l’esteriorità ma verso l’interiorità. Se il maestro è tale perché riesce a rendere il discepolo simile a sé, lo deve portare alla propria medesima profondità. Quindi è un atteggiamento di introspezione. Quando si dice educazione, ex-duco, tiro fuori, non è che metto dentro, non è istruzione. Istruzione vuol dire preparare dentro, ma a cosa?

Se fosse soltanto un positivo introdurre qualcosa sarebbe sempre appiccicaticcio, sarebbe un po’ come il mestiere del professore. Il professore è un funzionario. “Metti dentro queste nozioni”, e lui gliele mette dentro. Ma l’istruito non ha il tempo di reagire, di avere una capacità di maturazione. Il maestro, invece, non ha questa funzione semplicemente istruttiva, ma educativa: se prepara, è perché possa portare ad emergenza quella velata maestria che c’è nel discepolo.

Quindi il maestro deve essere capace di intuire questa maestria che c’è nel discepolo, così come il discepolo deve sentire questa omogeneità di chiarimento e questa maestria rispetto al maestro.

Anche se a volte si fa cenno alla “regolarità”, cioè si dà un richiamo alla “regola”, la regolarità in queste cose è sempre piuttosto estranea, a volte si dice un po’ fredda, ma ha anche un suo senso. Fredda nel senso che se la regola è un ritmo, noi abbiamo una vita regolare, si dice, perché quando suona la campana si sa che ora è, quale ora deve essere celebrata, se c’è la messa, se c’è la meditazione comune. Questa vita regolata si dice anche ritmata.  Ecco, io dico, se uno pensa la disciplina come ad una regola, come ad un ritmo ma dimentica il materiale di questo ritmo è come se trascurasse la profondità di quella che è l’idea di disciplina come chiarificazione interiore.

Facciamo l’esempio: il ritmo vitale. Si parla di ritmo vitale. Uno come lo sente? Mette le dita alla giugulare e sente ritmo vitale: tum-tum tum-tum uno sente i battiti cardiaci; ma il battito cardiaco indica che c’è la vita, ma non è mica la vita. Quindi il ritmo vitale deve essere spostato sull’accento che si deve dare alla vitalità. Così anche la disciplina non va intesa semplicemente come regola, ma soprattutto per la vitalità.

Quindi è un connubio di contagio quello che c’è nella spiritualità del maestro e nella spiritualità del discepolo. D’altra parte, è anche significativo che quando uno ha conosciuto un grande maestro, non è tanto un debito come di giustizia la riconoscenza verso di lui, ma una sensibilità di contatto vitale. La semplice giustizia riguarda le regole della pura esteriorità: in morale si dice che la giustizia va alla medietas rei, indiscutibile. Costa cento lire? Sono è cento lire! Non di più, né di meno.

Altra cosa è invece la virtù. In che modo devo comportarmi con questa persona che è diversa da quest’altra? In questa circostanza? Dove è successo questo episodio? Lì occorre una certa maestria. Dicevo, quando uno ha avuto un maestro, la riconoscenza del discepolo verso il maestro è sentirsi partecipe della medesima maestria, per cui lo si cita volentieri. E’ raro, però io lo vedo da come ricordo quelli che sono stati i miei professori, ma uno solo è stato il mio maestro. Per cui io non dico: “ho avuto per maestro questo, quest’altro, ecc.. Ma dico: “ Il mio maestro è stato il tale.” E quindi il rapporto tra discepolo e maestro è un rapporto di contagio. Per cui il discepolo scorge la maestria del maestro, il suo metodo per contatto, per contagio.

C’è un bellissimo esempio di San Tommaso d’Aquino. In quella circostanza egli parla di angeli, però io lo traduco in un altro modo, proprio per significare questo rapporto discepolo/maestro.  E’ un passo nella Somma Teologica dove dice che non esiste soltanto un’istruzione da parte di un superiore verso un inferiore, con la frantumazione delle idee troppo complesse (difficili) per renderle agevoli ad un’intelligenza che è ancora digiuna di un materiale piuttosto importante come una nuova materia. Ma dice che esiste il potenziamento dell’intelligenza per un contatto vitale. E fa l’esempio di  due pietre, una rovente e una fredda. Se io avvicino la pietra rovente alla pietra fredda, la pietra fredda si riscalda. Perché quella rovente è in sé il moto che dà il riscaldamento mentre quella fredda è inerte. Quindi, questo contagio, questa comunicazione, dà come risultato la gratitudine.

Perciò, il ricordare il proprio maestro è bello. “Quello è stato il mio maestro!”. Significa avvertire che il medesimo contagio che il nostro maestro ha operato in noi, in quanto suoi discepoli, sarà lo stesso contagio che opereremo noi come maestri rispetto ad un altro discepolo. E’ la comunanza della maestria.

Questo è poi la sostanza del pensiero quando si parla della disciplina dentro il quadro della fede e sempre in un senso vitale. E’ sempre San Tommaso d’Aquino che, quando applica l’idea di legge alla vita cristiana, o mostra in che senso si debba parlare di legge nella vita cristiana,la legge dello spirito, dice in qualche modo così: se uno pensa alla legge come ad un complesso di norme rispetto alle quali bisogna obbedire, oppure se disobbedisci sei castigato, tu sei estraneo alla legge, sei subordinato ad esse come uno schiavo. Facendo un esempio: è come se uno vedesse su un muro la scritta “Vietato Fumare”. Dovrei fumare ma c’è il divieto. Ti senti schiavo di quella norma. Ma se uno non fuma? Entra nella stanza e cerca se c’è il cartello che vieta il fumo? Ma neanche per sogno. Quindi quel “Vietato Fumare” per chi fuma è impositivo, ma per chi non fuma è descrittivo. La legge nella vita cristiana è questa legge dello spirito. In questo caso è essere contagiati da quel Div-Devàs, il luminoso che rende luminoso anche il discepolo.

Il contrario della Disciplina.

Il contrario della disciplina è confondere la regola con il fine. Questo è la catastrofe. Confondere la regola con il fine significa celebrare la regola anziché passare attraverso la regola per raggiungere il fine. Il fine va celebrato, la regola è in funzione del fine.

Si potrebbe fare un esempio. Uno studia  e si applica con disciplina ad un contenuto per maturare e rendere vitale la propria comprensione; ma se uno studiasse per studiare e passare l’esame celebrerebbe la regola e questo sarebbe davvero una disfatta.

Mi vengono in mente le parole di Gesù: “Neppure un iota deve passare dalla legge e dai profeti.” Ma non perché questo sia importante nel quadro cristiano, quanto piuttosto perché è il quadro cristiano che ne consente la celebrazione: un iota, gli apici, e le minime cose che sono nell’antica legge sono compiute in Cristo.

Quindi, indipendentemente da Cristo la celebrazione della regolarità è una idolatria. In Cristo la regolarità viene fatta maturare in vitalità e quindi bisogna pensare sempre a questo compimento. L’idea è quella del compimento. L’idea di compimento è che il discepolo viene fatto maturare nella maestria del maestro e il maestro si riconosce maestro quando vede che il discepolo è diventato simile a sé in questa maestria. Al di fuori di questo, pensare una regola come importante indipendentemente dal fine è appunto un’idolatria. Facciamo un altro esempio. Il mattone è la regola, il muro è il fine. Si può celebrare il mattone? Il mattone è il mattone.

Se uno dice: “ Menomale che c’è il mattone.”

-Ma per che cosa?

-Per fare il muro.

-E una volta che è fatto il muro, il muro lo chiami mattone? Dici: questo insieme di mattoni? Quello è il muro, il mattone non lo vedi più. Il mattone c’è ed è indispensabile, ma non lo vedi più.

Cercare di tirar fuori il mattone per dire guarda come è importante è distruggere il muro. Tutto è compiuto in Cristo.

Un altro bellissimo esempio evangelico è quando, con una certa ironia, si legge: “E c’erano alcuni che guardavano le belle pietre di cui era costituito il tempio.” Cioè uno va a guardare il tempio o va a guardare le belle pietre di cui è costituito il tempio? Di quel tempio Gesù dice: “Non resterà in piedi nulla. Ma io posso rifarlo in tre giorni”. Parlando però del proprio corpo, cioè il tempio santo. Quindi, pensare una regola come indipendente dal fine, cioè celebrarla in quanto semplice regola, essa dismette lo stesso valore di regola.

Biografia

Giuseppe BARZAGHI O.P., sacerdote domenicano. Nato a Monza (MI) il 5.3.1958. Dottore in Filosofia (Univ.Cattolica di Milano, dove ha avuto come maestri G.Bontadini e A.Bausola) e Teologia (Pont. Univ. S.Tommaso in Roma). Docente di teologia fondamentale e dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e di filosofia teoretica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna. E’ socio corrispondente della Pontificia Accademia di S.Tommaso d’Aquino e dirige la “Scuola di Anagogia” di Bologna fondata da sua E. il Card. Giacomo Biffi. Ha diretto per diciotto anni la rivista “Divus Thomas” e ha insegnato per dieci anni, come incaricato di Introduzione alla teologia, all’Università Cattolica di Milano e poi nei corsi di specializzazione in teologia tomistica alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma. E’ studioso del pensiero di Tommaso d’Aquino e si occupa  in particolare della fisionomia dialettica del pensiero metafisico, così come della struttura della logica retorica. Ha pubblicato i seguenti libri:
– Metafisica della cultura cristiana, ESD, Bologna 1990.
– La meditazione, ESD, Bologna 1992.
– L’essere, la ragione, la persuasione, ESD, Bologna 1994.
– La filosofia della predicazione, ESD, Bologna 1995.
– Dio e ragione. La teologia filosofica di S.Tommaso d’Aquino, ESD, Bologna 1996.
– Dialettica della Rivelazione. Proposta di una sistematica teologica, ESD, Bologna 1996.
– Versione polacca de La filosofia della predicazione…
– Metafisica della cultura cristiana (seconda ed. con Appendice su Il concetto di arte), ESD, Bologna 1996.
– Diario di metafisica. Concetti e digressioni sul senso dell’essere, ESD, Bologna 1997.
– Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano, ESD, Bologna 1997.
– La filosofia a schede. Compendio di logica, metafisica, cosmologia, antropologia, etica, ESD, Bologna 1998.
– L’essere, la ragione, la persuasione, ESD, Bologna 1998 (seconda ed.).
– Philosophia. Il piacere di pensare, Il Poligrafo, Padova 1999.
– Oltre Dio, ovvero omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la Deità, Barghigiani editore, Bologna 2000.
– Maestro Eckhart, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2002.
– Anagogia. Il Cristianesimo sub specie aeternitatis, ETC, Modena 2002.
– Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia anagogica, Prefazione del Card. Giacomo Biffi, Edizioni Cantagalli, Siena 2003, pp.469.
– Compendio di filosofia sistematica, ESD, Bologna 2006.
– La geografia dell’anima. Lo scenario dell’agone cristiano, ESD, Bologna 2008
– La somma teologica di San Tommaso d’Aquino in compendio, ESD, Bologna 2009
– La Fuga. Esercizi di filosofia, ESD, Bologna 2010
– Lo sguardo della sofferenza, ESD, Bologna 2011
– L’intelligenza della fede. Credere per capire sapere per credere, ESD, Bologna 2012.
– Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia anagogica. Prefazione del Card. Giacomo Biffi, ESD, Bologna 2012.

• 5 Novembre 2014

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